Prossimo appuntamento: 19 febbraio

Nell’articolo di questa settimana, chi scrive ha la possibilità di raccontare una storia personale, nella speranza che ciò possa diventare anche uno stimolo alla riflessione attorno alla scena musicale italiana e attorno alla sempre crescente realtà della nostra orchestra, La Filharmonie.

Io sono nata a cresciuta a Budapest, una capitale che può vantare di avere una vita musicale fiorente. Pur volendo condividere con il lettore il panorama della cultura musicale attuale, vale la pena citare alcuni riferimenti del passato, a testimonianza della vocazione musicale della città. L’Accademia musicale di Budapest venne fondata da non meno che Franz Liszt, un compositore cosmopolita, che pur non parlando la lingua ungherese, nel cuore condivideva la sorte del popolo magiaro. Egli, vivendo una vita da virtuoso di successo tra le grandi capitali europee, non dimenticò mai le sorti del popolo al quale si sentiva appartenere; le vicende storiche dell’Ungheria, come il fallimento della
rivoluzione del 1848-49, lo segnano profondamente, come testimoniano composizioni quali Funérailles e Sunt Lacrymae rerum.
Proseguendo, bisogna ricordare la presenza a Budapest di Gustav Mahler, che fu uno dei primi direttori dell’Opera di Budapest; e proprio a Pest si svolegrà, nel 1889 al Vigado Konzertsaal, la prima esecuzione storica della Prima Sinfonia del compositore austriaco.

Pesti Vigadò, sala da concerto

Il nome di Béla Bartók è uno di quei compositori che segna maggiormente il Novecento. Egli, nel forgiare il proprio stile, è stato capace di abbracciare tutte le provocazioni della modernità, ma allo stesso tempo la sua musica rimane sempre alimentata dal folklore ungherese. Bartók, assieme al collega Zoltán Kodály, scopre le infinte possibilità dell’impiego dei diversi idiomi popolari (ritmo bulgaro, pentatonica); alle ricerce etnomusicologiche dei due ungherese è debitrice tutta la moderna etnografia, perché furono loro due ad usare per la prima volta un metodo scentifico per la registrazione e codificazione delle fonti popolari. (Si veda a riguardo Scritti sulla musica popolare di Bartók, a cura di Diego Carpitella, 1955.)
Nel secondo Novecento l’Ungheria dona altri nomi importanti al mondo musicale: György Ligeti e György Kurtág. Il primo è stato forse più influente sull’evolversi dei linguaggi musicali delle generazioni seguenti (pensiamo alla scuola spettralista, ma lo stesso Hillborg, che il pubblico fiorentino ha potuto conoscere martedì scorso, si dichiara debitore a lui); entrambi i compositori avranno una lunga carriera in Occidente, soprattutto a Parigi, roccaforte della musica contemporanea. Alla capitale francese è legato anche il nome di Péter Eötvös, tra i nomi più importanti a livello internazionale dei compositori odierni, il quale è stato alla guida del celebre Ensemble InterContemporain, fondato da Pierre Boulez.

Péter Eötvös, tra i più importanti compositori internazionali

La volontà di custodire questo ricco patrimonio musicale si rispecchia nell’educazione e nelle politiche culturali sino ad oggi. In tutte le scuole si insegna il celebre metodo Kodály, che vitalizza un panorama ricco di cori sia amatoriali che professionali; i bambini crescono con il metodo della solmisazione dalle elementari (https://accademiamusicale.eu/metodo-kodaly-tutto-quello-che-bisogna-sapere/). In tutti i quartieri sono presenti scuole comunali di musica, dove è previsto un percorso di formazione di dieci anni – equivalenti, dunque, al vecchio ordinamento dei conservatori italiani. (vedere ad esempio: https://www.tothaladar.hu/index.php?option=com_content&view=article&id=939&Itemid=4 26, https://www.youtube.com/watch?v=LslzIdTM9d0 ).
In queste scuole, che possiamo forse definire popolari, gli allievi possono essere iscritti corrispondendo una tassa d’iscrizione simbolica, designata ”all’uso dello strumento” (si tratta circa di venti euro per semestre: più o meno il costo di una sola lezione in qualsiasi scuola di musica italiana); questo sempre nell’ottica di considerare l’educazione musicale un punto cardinale nella formazione dei giovani. Proseguendo nel percorso formativo, il corrispettivo del nostro termine conservatorio in Ungheria indica in realtà i licei musicali professionali: sono le scuole che formano i giovani musicisti che poi vorranno intraprendere la carriera musicale ed entrare all’Accademia di Budapest o nelle altre università musicali.

Prima di entrare al Conservatorio di Firenze come studentessa di pianoforte, ho frequentato il Conservatorio Szent István di Budapest. Qui, già da ragazzi, imparavamo i duri ritmi delle produzioni coristiche o orchestrali e dunque intravedevamo da giovanissimi tutti gli stratagemmi del mestiere del musicista. Nella scuola erano presenti formazioni corali e orchestrali, che affrontavano repertori importanti, spaziando da Le stagioni di Joseph Haydn alla Mass di Leonard Bernstein. Del resto, la presenza di vari insiemi (orchestre d’archi, di fiati o sinfoniche) si riscontra anche nelle realtà delle scuole di musica comunali, alle quali si accennava prima. Addirittura alcune di queste, attraverso gemellaggi con orchestre straniere, hanno offerto la possibilità ai giovani di esibirsi in sale da concerto quali per esempio la Gewandthaus di Lipsia. Orchestre giovanili nascono però anche altrove, come per esempio nel contesto delle università. Considerando che tantissimi ragazzi hanno alle spalle una salda educazione musicale, molte delle università ungheresi possono vantare cori o orchestre di un certo livello. Vediamo una di queste: l’Orchestra Medikus, cioè l’orchestra dell’Università Semmelweis di medicina. L’orchestra, sotto la guida di un giovane direttore d’orchestra professionista, si esibisce nelle maggiori sale da concerto della capitale e affronta repertori significativi quali la Prima di Mahler e il poema sinfonico Les Preludes di Liszt. Dopo la pandemia hanno anche potuto intraprendere una tournée nei paesi di Visegrád, da tempo progettata. Come racconta Amelie, una mia collega, l’orchestra è ufficialmente amatoriale, ma sebbene «per gli insiemi sinfonici più ampi abbiamo talvolta bisogno di chiamare degli esterni professionisti, sorprendentemente anche il livello professionale degli studenti di medicina è altissimo, sono infatti sempre loro a fare da spalla». (https://www.youtube.com/watch?v=wpLomhbyFYo&t=1615s)

Medikus Zenekar, orchestra giovanile

Accanto all’ampia offerta di percorsi, che non dà posto solo ai professionisti, ma offre un variegato contesto anche agli amatori per poter coltivare l’arte della musica, la politica investe molto nell’ambito della cultura musicale. Nel 2005 viene inaugurata Palace of Arts (Müpa), che con la sua moderna architettura al proprio interno ospita più sale da concerto. Recentissima è l’apertura della Casa della musica di Budapest, di ampia risonanza internazionale (https://www.archiportale.com/news/2022/01/architettura/aperta-a-budapest-la-casa-della-musica-di-sou-fujimoto-architects_86781_3.html); ma oltre a questo luogo sono tante le sale storiche ad ospitare le numerose orchestre budapestine e nella capitale pullulano le proposte musicali.

Anche l’Italia vanta un passato musicale illustre, ma forse possiamo individuare nelle lacune in ambito di formazione la causa delle debolezze della realtà musicale italiana. Dove vengono formati i ragazzi prima di entrare in conservatorio? Spesso, è difficile differenziare, anche sul piano del riconoscimento, il valore di un diploma ottenuto in Conservatori importanti (dove magari l’allievo deve studiare anni per essere ammesso) da un diploma che è conclusione di un percorso più facile. Inoltre, quali sono i luoghi che permettono al giovane strumentista di fare apprendistato? Sul territorio italiano non sono tantissime le orchestre professionali, tra Istituzioni concertistico-orchestrali (ICO) (14) e orchestre delle Fondazioni Lirico-Sinfoniche (13); ma cosa si situa tra l’orchestra giovanile del Conservatorio e tra la grande orchestra professionale? Una via mediana sembra proprio essere offerta dalle orchestre giovanili professionali. La loro storia è ancora all’inizio e cresce sicuramente tra più critiche vicissitudini rispetto agli esempi ungheresi che ho riportato, non essendo le giovani orchestre italiane legate a nessuna grande istituzione di supporto, quale per esempio l’università.

Ciò che portano sulle loro spalle le numerose associazioni musicali minori (ma non per questo meno professionali), è in ultima analisi il peso della manchevolezza di un sistema educativo musicale poco funzionale. Questa pecca è identificabile nell’incapacità di offrire al giovane musicista un percorso. Se condividiamo l’idea che la partecipazione sociale alla vita culturale del proprio territorio sia anche una scelta etica, essere sensibili all’offerta artistica di realtà minori – spesso capaci di offrire raffinatissimi percorsi inauditi – può valerne la pena. Scopriamo insieme la creatività e la capacità di inventarsi dei giovani che hanno il coraggio di costruirsi una strada.

Articolo di Anna Farkas

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