UNA PAROLA PER MILLE MUSICHE

La parola di giugno: VIAGGIO

Prossimo appuntamento: sabato 19 giugno

Quasi tutti i musicisti, chi più chi meno, hanno viaggiato e questa esperienza ha fornito loro nuove aperture, slancio creativo, idee e inventiva. Per il compositore, come per l’artista in genere, il viaggio non è mai svago puro, ma sempre formazione, otium creativo e talvolta faticoso.

I viaggi che Bach intraprese alla scoperta del grande patrimonio organistico – rappresentato sia dai monumentali strumenti nelle chiese sia dalle esibizioni dei grandi maestri tedeschi tra il XVII secolo e l’inizio del XVIII – furono sempre pellegrinaggi. Li intraprese con un’estrema semplicità di mezzi e il minimo comfort ma, mentre apprendeva la forma degli antichi e venerati maestri, ne riportò una immensa e salutare soddisfazione. Tra questi pellegrinaggi ne citiamo uno in particolare che Bach intraprese a trent’anni, intorno al 1705. Egli si era assentato per ben quattro mesi dalla città di Arnstadt, dove lavorava con un incarico stabile, mentre il permesso che gli era stato concesso era di sole quattro settimane. Questo ci fa già intuire quanta importanza avesse dato Bach a questo viaggio per la sua formazione di compositore e organista e ciò è confermato dalla risposta che diede al suo ritorno per giustificare l’assenza tanto lunga: «Sono andato ad apprendere i fondamenti della sua arte». Di chi parlava Bach? Aveva compiuto un lunghissimo viaggio, da Arnstadt a Lubecca, trecento chilometri circa a piedi, per andare ad ascoltare Dietrich Buxtehude (1637-1707), il più grande organista e compositore del suo tempo. L’ascolto della Ciacona BuxWV160 di Buxtehude permette di comprendere la tipologia di composizioni che il maestro di Eisenach ammirava e voleva studiare.

 

Antonio Vivaldi intraprese, nell’ultima parte della sua vita, un viaggio che fu per lui fatale. In Italia e in particolare a Venezia, la grande affermazione dell’opera napoletana aveva posto fuori moda le composizioni del prete rosso. Fu così che, anche per altre difficoltà sopraggiunte, decise di andare a Vienna dove era stato invitato da Carlo VI, alla cui corte, Vivaldi sperava di poter lavorare. Per riuscire a coprire le ingenti spese di viaggio vendette molti suoi manoscritti ma, una volta arrivato a Vienna, nell’ottobre 1740, Carlo VI morì, dando inizio alla guerra di successione Austriaca che ebbe come conseguenza, gravissima per tutti i compositori e musicisti, la chiusura dei teatri della città. La situazione compromise economicamente Vivaldi che rimase senza fonti di guadagno. Si trattenne quindi a Vienna vendendo a buon mercato i suoi manoscritti per poter sopravvivere fino alla tragica notte, tra il 27 e 28 luglio 1741, in cui morì. Il compositore fu sepolto in un cimitero viennese e con un semplice funerale dei poveri ma, in sua memoria, abbiamo solo delle targhe perché quel cimitero non esiste più da tempo. 

È risaputo che Mozart viaggiò molto, sin da piccolo. Percorse l’Europa in lungo e largo, più volte, di solito col padre, talvolta anche con la sorella e la madre, prima come enfant prodige poi come musicista libero professionista. Esiste un’ampia aneddotica sui disagi che tali viaggi, e le relative soste, gli procurarono, anche a livello di salute. Ma è il suo ultimo viaggio che è oggetto dell’articolo, quello a Praga. La sua ultima peregrinazione ebbe anche una rielaborazione, piena di grazia e di fantasia, e non priva di profondi, tristi presagi, nella famosa novella ottocentesca di Eduard Mörike, Mozart in viaggio verso Praga. La storia narra della breve sosta che Mozart, insieme alla moglie Konstanze, fece in un piccolo castello sul confine boemo, durante appunto il viaggio verso Praga dove, il 29 ottobre 1787, ci sarebbe stata la prima rappresentazione del suo Don Giovanni. Mörike descrive nelle sue pagine la gioia fanciullesca e spensierata di Mozart immaginandolo immerso nella natura durante il viaggio o lo ritrae colto da una schietta golosità, che lo porta a ‘rubare’ un’arancia dal giardino dello stesso conte che poi lo accoglierà. Durante il lieto soggiorno nel castello, gli ospiti hanno la possibilità di assistere in anteprima al Don Giovanni eseguito dall’autore stesso al pianoforte. Mörike descrive l’esibizione dando rilievo all’attenzione che la scena della condanna del “dissoluto” e del sestetto finale hanno suscitato negli ascoltatori. Anche la moglie Konstanze canta un’aria di donna Anna e una di Zerlina per allietare la serata agli ospiti del conte. La mattina seguente però la coppia è di nuovo in viaggio, la sosta è stata brevissima, ma nel cuore di Eugenie, la giovane nipote del conte che si era appena fidanzata, era rimasta una strana commozione e uno strano presentimento per l’esibizione avvenuta la sera prima: «per lei fu cosa certa che quell’uomo fulmineo e instancabile andava inesorabilmente consumandosi nel proprio ardore; che egli sarebbe stato soltanto una fugace meteora su questa terra, impari alla lotta col suo strabocchevole genio» [E. Mörike, Mozart in viaggio verso Praga, Rizzoli, Milano, 1959, p. 104]. 

Marienkirche (Lubecca)

Particolarmente affascinanti, nel campo della sinfonia e del poema musicale, sono gli echi provenienti dai viaggi di Mendelssohn, un musicista dal temperamento artistico a 360 gradi che, come è noto, era anche versato nella pittura e dipingeva ad acquarelli. Nelle composizioni ispirate da viaggi, possiamo intravedere il tocco e le sfumature tipiche di un pittore. Nel 1829 il compositore partì da Londra verso la Scozia e, da lì, attraversò il mare per visitare la grotta di Fingal nell’arcipelago delle Ebridi. Fu per lui un viaggio straordinario, in luoghi isolati e di un fascino primordiale. L’ouverture Le Ebridi “La grotta di Fingal” che ne derivò è una magnifica trasposizione musicale delle impressioni scaturite nell’animo del compositore durante il viaggio, tanto che Wagner arrivò a definirla la migliore ouverture romantica mai composta. A Mendelssohn stesso stava a cuore la perfezione formale del suo lavoro e, per questo, ci tornò sopra più volte fino alla stesura della prima versione che avvenne, un anno dopo, a Venezia con il titolo L’isola solitaria. L’incipit del brano, un tema esposto dalle viole insieme ai violoncelli e ai fagotti, ci trasporta in quei luoghi rendendoci l’immagine delle onde del mare che si infrangono contro le rocce e il seguente crescendo strumentale sembra rappresentare lo stupore del visitatore mentre si addentra nella grotta. Altri ehi musicali dei viaggi di Mendelssohn si ritrovano nella sinfonia Scozzese e nell’ Italiana. 

«Il mio assunto consiste nel riprodurre le impressioni di un viaggiatore americano che passeggia per Parigi ascoltandone i suoni e i rumori e assorbendo l’atmosfera della Francia. Ma c’è molta libertà, e chi ascolta può leggere nella musica tutte le immagini che preferisce». Così Gershwin presentò il suo poema sinfonico nel programma che scrisse in occasione della prima esecuzione alla Carnegie Hall di New York nel 1928. L’autore compose l’opera durante un viaggio a Parigi, intrapreso appunto, per conoscere la musica europea, e francese in particolare. Il suo intento non era di scrivere musica descrittiva e credeva invece di doversi immergere nei suoni (e nei rumori!) della città e vivere in prima persona l’atmosfera parigina per riuscire a riprodurla in maniera efficace in partitura. Si può dire con certezza che abbia raggiunto il suo intento: ascoltando Un americano a Parigi sembra anche all’ascoltatore di passeggiare lungo gli Champs-Elysées udendo in lontananza l’eco dei clacson che evocano il traffico della metropoli o di immergersi nelle strade del Quartiere Latino.

Articolo di Felicita Pacini

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