INTERVISTE DELLA RASSEGNA DANTE 700

Prossimo appuntamento: sabato 17 settembre

Il primo appuntamento della rassegna Dante 700 – la dolce sinfonia di paradiso è il concerto del 9 settembre alla Certosa di Firenze con musiche di Paolo Cognetti e Franco Cioci. In preparazione a questo evento abbiamo pensato di introdurre al lettore il compositore e pianista Paolo Cognetti e l’opera che verrà eseguita, Aurora

Accingendomi all’incontro con Paolo mi stavo preparando per un’intervista tradizionale: domande secche alle quali l’interlocutore deve rispondere. Nel modo in cui Paolo raccontava di sé e del suo amore per la musica, c’era però una tale forza ed energia che l’incontro si è subito trasformato in un dialogo fluido. Questo acceso entusiasmo esprime con forza il legame della vita e della sensibilità del compositore con la propria musica: parlando di Aurora sottolinea infatti che essa è concepita innanzitutto come esperienza, e che la dimensione formale ed edonistica, almeno in questo caso, non è prioritaria. Per Paolo la musica è fatta, e non può che essere così, da esseri umani per altri esseri umani: anzi, per usare le parole del suo Maestro Franco Cioci, è l’essere umano «che si manifesta attraverso i suoni».

Aurora nasce nel 2013 nel contesto di un progetto comune con il padre Giuseppe Cognetti, docente di filosofia presso l’Università di Siena. Egli, nel suo libro L’Età Oscura – L’attualità di René Guénon, pubblicato nel 2014 dalla Mimesis Edizioni, tratta della nozione indiana di Kali Yuga, nell’ambito della critica alla Modernità del filosofo francese, e di intercultura. La composizione di Paolo non vuole essere un commento o una spiegazione al testo, ma una sua diretta e ideale continuazione, il tentativo di rappresentare la luce che segue un periodo di oscurità: è dunque una ricerca non solo musicale ma esistenziale e spirituale, in piena coerenza col pensiero e l’estetica del compositore.

La composizione si articola in sette brani ed è scritta per un organico molto particolare, se vogliamo scarno: contrabbasso, pianoforte, flauto e voce. La scelta di questi strumenti, come dice Paolo, è stata guidata semplicemente da una necessità espressiva più che da un intento tecnicistico-musicale; e così, per quanto siano presenti quattro elementi nell’organico, essi si scoprono solo poco a poco: partiamo dal pianoforte, per introdurre poi il contrabbasso, il flauto e poi la voce, solo nell’ultimo brano. Paolo ammette che questo uso degli strumenti è “sconveniente” dal punto di vista di un’estetica formalista: tuttavia, non si tratta di sfoggiare una scrittura virtuosistica, ostentatamente complessa e sofisticata, che impegna continuativamente gli interpreti sul piano della tecnica strumentale, ma di rappresentare, attraverso la musica, un percorso simbolico di ricongiungimento col sé interiore e di incoraggiare un ascolto attento e paziente.

Aurora di Paolo Cognetti (copertina)

«É in questo quadro che vanno collocate le quattro ripetizioni di El rey de Francia, nello sforzo di rappresentare un percorso di riavvicinamento a uno stato di maggiore completezza e unità: la prima, interpretata al pianoforte, il più meccanico degli strumenti, esprime la distanza maggiore tra l’essere umano e il suono; la seconda, al contrabbasso, dove le dita del musicista sono a diretto contatto con la corda, mostra la possibilità di un rapporto più stretto con la vibrazione; la terza, al flauto dolce, suggerisce un ulteriore passaggio, perché la respirazione diviene la materia prima, per così dire, che viene poi messa in forma dallo strumento; la quarta, infine, è intonata con la voce, in cui l’unità tra essere umano e suono è armoniosamente compiuta.»

I quattro strumenti si presentano tutti intonando una melodia sefardita, El rey de Francia. Per quanto l’ebraismo sefardita e in generale la Spagna possa essere storicamente la metafora perfetta per rappresentare l’interculturalità, altro tema centrale in Aurora, l’inserimento di questo canto non è frutto di una ricerca meticolosa ma è legato alla storia personale di Paolo: «Quando ero bambino mia madre comprò un cd, Sephardic songs. Lo ascoltavo di continuo ed El Rey de Francia era uno dei pezzi che amavo di più. Quando cominciai a scrivere Aurora pensai subito a questo canto. Attraverso alcune ricerche ho scoperto la storia di questo popolo che nel corso della sua diaspora ha dovuto continuamente relazionarsi con altri. Anche il testo, che poi ho fatto leggere a un linguista esperto, testimonia l’influenza delle varie lingue con le quali i sefarditi vengono in contatto». Nel corso della composizione familiarizziamo di volta in volta con questa melodia antica, presentata sempre sotto nuova veste – o meglio, timbro strumentale – fino a giungere alla quarta variazione del canto, l’ultimo brano, che con l’interagire vivo e affiatato dei quattro strumenti è il coronamento dell’opera.

Un’ulteriore ragione per la quale Paolo sceglie questa canzone sefardita è l’intervallo con cui comincia: una quinta giusta. Aurora è la realizzazione di un’idea che il compositore si appuntò poco dopo aver iniziato gli studi con Franco Cioci in cui si proponeva di scrivere una composizione, che doveva intitolarsi Origini, basata interamente su questo intervallo e su una interpretazione simbolica degli strumenti musicali.

«Il primo intervallo (distanza/relazione tra due suoni) di El rey de Francia è una quinta giusta e assume, […] un rilievo particolare in tutto il progetto nel suo evocare un’esperienza antica e originaria. Esso regola il rapporto tra i brani realizzando due sguardi: uno, per quinte ascendenti, rivolto al Cielo, nelle quattro versioni di El rey de Francia, l’altro, per quinte discendenti, rivolto alla Terra negli altri tre brani. In particolare, per Luminescenze, Aurora e Da una grigia nuvolaglia indifferente, la quinta rappresenta anche il centro generatore da cui ogni elemento ha origine, sebbene incrociandosi e compromettendosi, per così dire, con altre esperienze. Tuttavia, non si tratta di un centro statico, perché a esso ho voluto attribuire la possibilità di un percorso di emancipazione, che prende le mosse dalla rigidità delle strutture di Luminescenze – a cui fanno, però, da contraltare le imprevedibili e interagenti relazioni tra le vibrazioni dello strumento – fino alla relativa libertà raggiunta in Da una grigia nuvolaglia indifferente. Qui il pianoforte, nel suo essere macchina, cerca una sua umanità attraverso la ricerca di un canto, mentre il contrabbasso e il flauto dolce in qualche modo diventano le sue risonanze, in un abbraccio luminoso che ancora una volta spinge verso un ideale collaborativo e che anticipa una nuda esposizione di dodici quinte ascendenti a conclusione dell’esperienza.»

Registrazione di Aurora

Aurora è impregnata di una profonda ricerca spirituale e, proprio come auspicava Paolo, essa rende possibile la riconnessione con noi stessi; ma allo stesso momento è capace di guardare la realtà, la nostra realtà politica-sociale nella quale, per esempio, i problemi della migrazione e delle difficoltà legate al dialogo interculturale sono da lungo tempo in primo piano.  Paolo sottolinea, infatti, che egli non vuole una musica che ci addormenti, che ci sottragga dalla realtà, ma che al contrario stimoli la nostra capacità di ascoltare e aprirsi all’Altro, e così ci permetta di vivere con maggiore pienezza e intensità. 

«[…]non si tratta di mettere insieme, una accanto all’altra, culture diverse, quanto di farle vivere insieme in un costante tentativo di arricchimento reciproco che non diventi, però, necessariamente un indebolimento della propria identità. Si tratta cioè, di mettersi in relazione, cosa ben diversa dalla constatazione del mero essere in relazione, perché implica un desiderio che presto diventa sforzo ma anche gratificazione nell’inevitabile incontro con l’alterità. E questo vale sia nei rapporti tra persone appartenenti a tradizioni culturali lontane tra loro, sia in quelli che si svolgono entro i limiti di aree culturali più omogenee, ma forse ancor più nei rapporti delle persone con se stesse: una palestra straordinaria dove imparare a riconoscere le frequenti incongruenze, distorsioni e stravolgimenti tra quello che si pensa di essere/diventare e quello che si è/diviene […]»

Il coraggio del progetto musicale di Paolo sta nel fatto di darsi per quel che è, senza la pretesa di discorsi eloquenti o logocentrici – dai quali per l’appunto la nostra cultura occidentale vorrebbe tanto sfuggire senza riuscirci, come ricorda anche il libro al quale la composizione si lega –, facendoci semplicemente godere dell’esperienza sonora e spirituale della musica. In un mondo dove la bravura si confonde troppo spesso con la complessità e un linguaggio cervellotico, la via percorsa dal compositore, e soprattutto dalla personalità profonda di Paolo Cognetti, è un’alternativa più umana.

Articolo di Anna Farkas

#1parolax1000musiche

I nostri consigli di ascolto a portata di un click

Su Youtube

La cultura vive grazie a te: fai una donazione per sostenere il nostro lavoro.

Dona qui
ti è piaciuto l'articolo?

Iscriviti alla newsletter per continuare a seguirci